Regione Piemonte

Il santuario dei Caffi

Ultima modifica 11 aprile 2018

E’ posta a circa 2 chilometri dal paese sulla strada che porta a Loazzolo.

Il vescovo Dell'Orno, nella sua lettera del 14 maggio 1952 scritta in occasione del 50° anniversario di consacrazione del Santuario, così rievoca il miracolo che portò alla costruzione della chiesa.

«Una giovane di circa 13 anni, muta fin dalla nascita, pascolava il suo piccolo gregge su quella collina; improvvisa­mente il suo sguardo è colpito da una luce e vede, nel mezzo di questa luce, una nobile matrona che le si rivela per la Vergine Maria e manifesta il suo volere che in quel luogo le venga edificata una cappella. Il popolo, meravigliato più per il fatto che la fanciulla muta da quel giorno ha preso a parlare speditamente, incomincia un devoto pellegrinaggio al luogo dell'apparizione... A ricordo del fatto si costruì un pilone con sopra una piccola statua della Madonna: poi una pia signora, in riconoscenza per una gra­zia ricevuta, fece edificare una modesta cappella...».

Fin qui la relazione del Vescovo, ma noi sappiamo che la fanciulla fortunata, i cui occhi videro il volto della Madre di Dio, apparteneva alla famiglia dei Borelli e abitava una rustica casa situata sul ver­sante di Bubbio. Il luogo dell'apparizio­ne è situato a breve distanza da un grup­po di case denominate Caffi, nome che trae origine dall'arabo kafir, cioè miscre­dente, a ricordo delle scorrerie saracene nella zona.  

Nessun ricordo rimane del pilone innal­zato dopo l'apparizione, mentre della cappelletta esiste una riproduzione in un quadro ex voto appeso alle pareti del Santuario. L'affluenza dei pellegrini si fece in breve tempo così grande che tutti ritennero necessario un ampliamen­to dell'antica cappella. E così il tempio divenne realtà. Scrive lo storico locale Domenico Sizia: «Sorse e fu portato a termine tra le più grandi difficoltà finan­ziarie, edificato si può dire pietra su pie­tra, mattone per mattone dalla collaborazione manuale degli abitanti dei paesi circonvicini. Quante volte i buoni Cassinaschesi dopo i Ve­spri domenicali all'invito del loro pastore si recavano processional­mente al Santuario, portando ognu­no un mattone in mano! Quante volte i vicini, fatta la fila, si passavano gli uni agli altri i massi, le pietre che dai dirupi scoscesi e dalle radure dei boschi affluivano senza posa sulla strada, donde poi, trainate dai carri, giun­gevano a destinazione.

La costruzione del tem­pio venne iniziata agli albori del Novecento su disegno del celebre architetto bolognese Gualandi (autore delle parrocchiali di Fonta­nile e Sezzadio), e i lavori vennero affidati a una squadra di muratori di Fontanile. In princi­pio i muri perimetrali della nuova chiesa rac­chiudevano la primitiva cappella, che venne demolita quando la costruzione era quasi al tetto. L'altare maggiore rimase al medesimo posto.»

Il nuovo tempio fu por­tato a termine e aperto al culto il 21 settembre 1902 con l'inter­vento del vescovo Disma Marchese, che lo benedisse solennemente e amministrò la cresima ai bambini delle parrocchie vicine.   

Dal 1967 gli Alpini dell'ANA di Asti hanno scelto il Santuario come punto di riferimento per il loro raduno annuale, che si svolge ogni ultima domenica di maggio. In loro onore il Santuario ha preso il nome di Madonna delle Grazie e degli Alpini.  

Oggi i muri del Santuario appaiono ricoperti di ex voto e oggetti che ricordano le grazie ricevute dai fedeli, tra cui vale la pena di segnalare almeno i quadri del pittore canellese Giovanni Olindo. 

Alcuni anni fa vi era appesa una gruccia di legno, simbolo di un fatto ancora oggi narrato dai vecchi e contenuto nel quaderno di Sizia: "Un signore di nobile casato sole­va spingersi in cerca di selvaggina nei boschi adiacenti ai Caffi, accompagnato da un povero contadino (...). Di ritorno da una battuta di caccia insolitamente infruttuosa, passando innanzi alla picco­la cappella della Vergine, vi scaricarono contro i loro fucili. Le conseguenze del­l'atto sacrilego non tardarono a manife­starsi. Il contadino venne colpito da paralisi totale alle gambe e trascorse il resto dei suoi giorni fra i dolori più atro­ci e le sofferenze più inaudite. Né miglior sorte toccò al conte: un attacco di paralisi progressiva lo ridusse presso­ché a completa immobilità e dovette servirsi di una carrozzella, con la quale un fedele domestico lo conduceva per l'ampio giardino del suo castello."